mercoledì 22 giugno 2011

..La Janara..

Rispetto alla figura classica tramandataci dalla storia e dagli scritti degli esponenti della cultura clericale del Medioevo, la Janara è prettamente legata al culto magico della terra, conosce l'uso delle piante, può comandare gli eventi atmosferici e arrecare danno all'uomo. E' una donna dotata di conoscenze magiche e come tutti gli esseri magici, ha carattere ambivalente: positivo e negativo. Conosce i rimedi delle malattie attraverso la manipolazione delle erbe ma sa scatenare tempeste. Nella coscienza popolare non si associa la Janara al diavolo, ella non ha valenze religiose, ma soltanto magiche, come l'Uria, la Manalonga, le Fate. E' capace di nuocere agli umani, ma non ha legami con il diavolo, che le attribuiscono gli uomini di chiesa, i quali ne fecero un'eretica. La tradizione vuole che chi nasce la notte di natale sia predisposto a trasformarsi, se uomo in lupo mannaro, se donna in una janara. L’etimologia proposta per il termine popolare janara metteva in connessione tale nome con il latino ianua= porta, in quanto essa è insidiatrice delle porte, per introdursi nelle case. Presso gli usci si ponevano quindi scope o sacchetti con grani di sale, in modo che, se la janara riusciva ad entrare, sarebbe stata costretta a contare i fili della scopa o i granelli di sale, senza poter venire a capo del conto. L’alba sopraggiungeva a scacciarla, poiché non si accorgeva del passare del tempo, impegnata nell’insulsa operazione. Gli oggetti posti a tutela delle porte infatti hanno insite virtù magiche: la scopa per il suo valore fallico, oppone il potere maschile e fertile a quello femminile e sterile della janara; i grani di sale sono portatori di vita, poichè un’antica etimologia connette sal(sale) con Salus(la dea della salute). Per Piperno, l’origine del nome deriva dal fatto che le streghe per "aerem nare sentiantur dum feruntur ad ludos" oppure dal fatto che il nome di una delle Lamie del tartaro era Duchessa Iana.

martedì 14 giugno 2011

Ciao amici,
stasera proverò a creare
qualche gioiello con la ceramica fredda...
speriamo bene..

Image du Blog confinianima.centerblog.net

martedì 7 giugno 2011

Accabadoras.

C’era un tempo in cui la gente di uno stesso paese si conosceva per soprannome, un tempo nel quale la morte non era fatto di stato, un tempo in cui le strade al crepuscolo, poteva succedere venissero attraversate da piccole donnicciole che è d’obbligo immaginare vestite di nero. Non foss’altro per il loro tentativo di passare inosservate.

C’era un tempo chi le chiamava sacerdotesse della morte e chi le chiamava donne esperte. Avete compreso delle nonnette alle quali mi riferisco? C’era chi le chiamava più sbrigativamente Accabadoras.
Il termine è pregno di una sonorità tutta spagnola, e mai nessun altro sarà tanto evocativo. Degradazione di acabar, queste donne che l’immaginario racconta d’età avanzata, “accabavano” appunto, ponevano la parola fine alla vita degli agonizzanti, che stentavano nell’abbandonarla.
Ci si è interrogati ampiamente sulla veridicità della figura, ci si è spesso chiesti se non si tratti di un residuo tradizionale, che in effetti non faccia capo ad alcuna realtà. Quesiti questi che altri prima di noi si posero. Alberto Della Marmora nel 1826 era quasi sicuro che queste donnette fossero esistite per davvero, e per quanto sottovoce, avessero operato. Ne sarà certo almeno fino al 1839, quando con la seconda edizione del suo Voyage en Sardaigne, cercherà di smorzare i toni. In meno di dieci anni era nata una polemica infuocata, e di offese malcelate ne erano volate un bel po’. Protagonisti
l’eccellente ricercatore e abate Vittorio Angius, osservatore oggettivo della realtà che nuda gli si proponeva e Giuseppe Pasella che sfruttando L’indicatore Sardo, di cui era direttore, lo accusò di screditare Sardegna e sardi. Quasi che lo si potesse fare con le parole, piuttosto che non con i gesti.
Un vespaio insomma, per niente dissimile da quelli moderni che non si esaurì troppo rapidamente. Il risultato fu duplice. Creare confusione nell’opinione pubblica e silenzio fra i sardi, che meglio d’altri popoli sapevano chiudersi a riccio e tacere.
La confusione ha trovato un attimo di tregua quando Della Maria nel Bollettino Bibliografico Sardo ha riportato ciò che Monsignor Raimondo Calvisi gli aveva riferito qualche tempo addietro. Uno scoop davvero. Calvisi aveva avuto modo nel 1906, in Bitti, di assistere alla conversazione intervenuta fra la madre di un bimbo morente, e una donna anziana. Gli parve chiaro che la vecchia fosse un’accabadora, dato che la madre rifiutando il suo aiuto, le disse che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da solo.
Da questo momento le attestazioni della presenza reale de s’accabadora aumentano notevolmente. Padre Vassallo e il gesuita Licheri, non solamente crederanno nell’esistenza di questa enigmatica figura, ma se ne faranno accaniti oppositori, definendo la morte aiutata dalla mano de
s’accabadora, niente po po di meno che peccato mortale. Oggi le attestazioni in merito alla figura abbondano. “Eutanasia ante litteram in Sardegna” - Sa femmina accabadora, di Alessandro Bucarelli, medico legale all’Università di Sassari e Carlo Lubrano, medico anch’esso, o il più noto “Ho visto agire s’accabadora” di Dolores Turchi, non lasciano più adito a dubbi.
E che questa abbia fatto parte della storia sarda, non è cosa che debba infondo sorprendere più di tanto. Non solo una figura simile è stata condivisa da quasi tutte le realtà agro pastorali tradizionali, ma soprattutto il suo scopo sociale doveva essere sentito importante. Diversamente l’inquisizione l’avrebbe scovata, e bruciata al rogo, imputandole certo qualche vizioso legame con su tentadori.
La tradizione vuole che la donna agisse solo in casi del tutto eccezionali. Soprattutto quando il moribondo, sofferente e stremato comunque non riuscisse ad abbandonare la vita. I motivi potevano essere differenti. Si poteva immaginare che l’anima non abbandonasse il corpo perché ostinatamente protetta dagli amuleti che ogni sardo che si rispettasse, indossava. Questo era infondo lo scopo delle pungas, quello di impedire alla morte d’accostarsi. Nel caso peggiore si poteva pensare che in gioventù chi stentava ora a morire, avesse commesso uno di quei crimini che non conoscono
perdono, e che si sapeva, avrebbero alla fine causato una grossa agonia.
Poteva aver spostato una pietra di confine, o peggio ancora bruciato un giogo. Si trattava di elementi sacri, l’uno connesso alla intoccabile proprietà privata, l’altro al mito del quale si perse significato ma non ricordo.
Per i più curiosi diremo come si racconta agisse s’accabadora. Se ricevuta l’estrema unzione il moribondo non moriva, si dice che una “donna esperta” venisse mandata a chiamare. Con estrema probabilità proveniva da un altro paese, non troppo distante da quello del nostro sfortunato agonizzante. E’ probabile che i tentativi di accompagnarlo nell’ultimo viaggio, inizialmente fossero del tutto rituali. L’accabadora l’avrebbe privato degli amuleti, avrebbe tolto dalla stanza tutte le icone sacre, (intesi come amuleti anch’essi), avrebbe posto accanto al capezzale un giogo, o magari un pettine. Gli oggetti potevano essere vari. Se tutte queste attenzioni non avevano successo, le si richiedeva l’uso di maniere un poco più fisiche, l’uso de sa mazzucca. Vittorio Angius ci racconta si trattasse di un corto mazzero che veniva battuto o contro il petto o contro il capo. Poco davvero si sa della pratica, dato che la donna veniva lasciata sola con il moribondo.
Questa non risulta domandasse in cambio alcun compenso, e sembra più probabile svolgesse la sua funzione sociale.
La vita era infondo intesa in maniera più concreta. Era fatta di nascita, di crescita e di morte. E di quest’ultima si parlava, si sapeva che sarebbe venuta. Per affrontarla baldamente la realtà sarda la ritualizzò istituzionalizzandola, tanto che si arrivò a poterla prevedere, affrontare, e superare. La famiglia che ne veniva colpita per un determinato periodo di tempo si allontanava dalla società, ma da questa veniva aiutata, attraverso quegli strumenti di mutuo soccorso che oggi sono stati completamente dimenticati.
Della morte oggi non si parla, sembra quasi faccia un po’ più paura che ieri, e la nostra società ha elaborato un nuovo modo per istituzionalizzarla. La ignora. Sempre che, è chiaro, non si trasformi in business politico. La parte conclusiva della vita di ciascuno è divenuta un tabù, e quando sopraggiunge sorprende e spaventa. Tanto più che non esistono ormai quei circuiti sociali di sostegno, che decenni addietro aiutavano la famiglia dell’individuo che veniva a mancare.
Ossessione silenziosa per la morte che spaventa che va a braccetto con la nuova ossessiva curiosità che circonda la figura de s’accabadora. E per ironia della sorte, quella figura che amava passare inosservata è oggi protagonista di un’accesa polemica, che infondo non è dissimile dalle precedenti. I protagonisti pure sono gli stessi, solo il cambiato nome, ma chi la storia la conosce, non si fa
ingannare. Gli ecclesiastici di allora sono i politici di oggi, ma il ritornello non è cambiato: morire per mano de s’accabadora è un peccato mortale. E chi si dovrebbe far portavoce del principio democratico, s’insinua come serpe nella sfera d’azione privata, cancellando il diritto fondamentale: quello di scelta. Quello che la tradizione, mossa dal buon senso concedeva senza dubbio alcuno. Quello che nel 1906 faceva dire ad una madre che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da se, o con l’aiuto de s’accabadora. Il diritto naturale alla libertà di scelta.

" tratto dalla scrittrice sarda Claudia Zedda"

La processione dei morti...

I morti non fanno niente, piangono e si lamentano. Chi vede le processioni dei morti racconta che questi, composti, si recano uno dietro l'altro cantando o in silenzio, verso la casa dove morirà qualcuno. Una volta arrivati entrano tutti dentro o si fermano sulla soglia ed entra solo uno o due di loro, dopo di che se ne vanno. Qualche volta tengono nelle mani delle candele accese e spesso sono accompagnati da cani neri che a grandi falcate li precedono. L'arrivo della processione dei morti è preceduta da alcuni fenomeni naturali come: il soffio del vento che produce un sibilo, ululati dei cani, pioggerella.

Quando una bidemortos sta per spirare tutti gli spiriti che lei ha visto durante la sua vita vengono a prenderla, così si udirà improvvisamente soffiare il vento e i cani inizieranno a ululare. Quando tutto sarà finito scenderà un silenzio sacro sulle cose e sulle persone.

La processione dei morti era un fatto risaputo e normale, com'è normale nelle credenze sarde che l'anima, tre mesi prima di morire, senta nel profondo che il tempo di permanenza sulla terra è finito. Nel breve arco di tempo in cui si vaga tra il mondo dell'aldilà e il mondo dei vivi, capita che qualcuno veda l'anima della persona al ballo dei morti e capisca da questo che il tempo è arrivato. Per vedere i morti, tante volte, basta sovraporre il proprio piede al piede della persona che li vede. Qualcuno a Tertenia dice che ses i sente un cane ululare, anche di giorno, vuol dire che vede la processione dei morti: a questo punto basterebbe posare il piede sulla zampa del cane per vederli a nostra volta.

SA MAMA E SU BENTU, e SA MAMA E SU SOLE...

SA MAMA E SU SOLE

È una vecchina ricoperta da un lenzuolo bianco che si aggira nelle ore assolate in cerca di bambini disobbedienti che non riposano dopo pranzo. Se li trova brucia loro la fronte costringendoli a letto con un forte febbrone, e una cicatrice.
Fonti edite: Deledda, Calvia, Palomba.

SA MAMA E SU BENTU

Nelle giornate di vento passa accompagnata dal marito Uragano, seguita dai suoi figli, sempre affamati e alquanto scostanti.
Quando è di malumore graffia il volto dei bambini disobbedienti, tuttavia non è cattiva. Ma se il bambino si trovasse alla presenza di uno dei suoi figli...


IL BALLO DEI MORTI


Può capitare che la notte si senta un suono di launeddas e il vociare di uomini e donne provenire da una chiesa. 
Questi, in allegria, cantano e ballano, invitando i pochi passanti notturni ad entrare e fare festa con loro.
Sono i morti, che in alcuni giorni dell'anno scendono in terra sacra per fare festa, tuttavia non bisogna accettare il loro invito a ballare, poiché i loro piedi non toccano il pavimento, e potrebbe essere fatale.
I vecchi lo sanno e all'invito dei morti sorridono e declinano l'invito.
Ma c'è sempre qualcuno che non sa… 
ed i morti che ballano questo lo sanno...

Il rito della pioggia in Sardegna

Quando la siccità era molto grave si ricorreva a un rito più privato,segreto e ammantato di mistero che avveniva la notte del novilunio e veniva praticato,almeno secondo le testimonianze in possesso fino a oggi,solo da uomini. La pratica era in vigore in Sardegna ma si hanno notizie che fosse praticata anche in Corsica,pare sia molto antica e risalga al prenuragico: forse un antico ricordo di sacrifici umani per la pioggia apportatrice di vita. Lilliu riferisce del rito a Bolotana dove,in una notte di novilunio,si prendevano dal cimitero da un numero dispari di uomini, un numero dispari di crani e si immergevano nell'acqua.
I teschi dovevano essere rimessi al loro posto una volta iniziata la pioggia,perchè altrimenti si sarebbe causato un nubifragio.In Corsica e a Tertenia il rito dell'acqua era eseguito in gran segreto da alcuni uomini,i quali di notte si recavano all'ossario comune e sottraevano dei crani rigorosamente di uomini a grappolo: tre,quattro,cinque. Legavano i crani tra di loro con un giunco,in modo che non andassero persi,e poi li appendevano a un cespuglio nei pressi di un fiume.Se vi erano impedimenti,in un secondo tempo,senza arrivare al fiume i crani venivano immersi in una vasca d'acqua,di quelle usate in campagna dai contadini per raccogliere l'acqua piovana o dei fiumi per annaffiare gli orti,l'importante era che ci fosse sempre come elemento l'acqua.
Se i crani trovati erano di bambini venivano immersi solo in un ruscello,due o tre giorni dopo,quando la pioggia iniziava a cadere copiosa, riportavano i teschi all'ossario.La mancata esecuzione del recupero dei teschi avrebbe comportato un nubifragio,con gravi danni alle colture e alle persone.Il rito era tenuto talmente segreto che nessuno fa i nomi degli esecutori,ma tutti sono concordi che cadesse una gran pioggia.Si vuole che l'usanza sia terminata intorno agli inizi del 1900,ma si hanno testimonianze che,seppur proibita,sia proseguita fino al 1930-1950.
Oggi per la siccità ci si reca a pregare in chiesa,ma i più anziani si chiedono perchè non si ripristini il rito,visto che oggi la siccità è sempre più grave.Se si chiede loro perchè la cerimonia non sia più praticata sono quasi tutti concordi nel ritenere che la morte dell'usanza fu dovuta al fatto che i cimiteri oggi sono chiusi ed è reato profanare una tomba,e anche che chi conosce la cerimonia è oramai troppo vecchio per fare il temerario.Ma c'è una storia che circola a Tetenia per spiegare come mai il culto è svanito.Durante il dopoguerra tre ragazzi si recarono all'ossario per prelevare dei crani,il più giovane venne invitato a calarsi nella fossa delle ossa e riportare i teschi in superficie.
Per gioco,i due ragazzi più grandi chiusero il più giovane nell'ossario,quando lo tirarono fuori la paura lo aveva inebito.La gente capì allora che la cosa si era fatta pericolosa e con i morti non si doveva scherzare.Come per il genocidio,là dove la Chiesa non riuscì totalmente a reprimere i riti ci riuscì l'asfissia per i tempi che cambiavano.Dicono tutti di non crederci più,qualcuno di non averci mai creduto però poi,forse era anche vero.
(dal libro "Stregoneria in Sardegna-processione dei morti e riti funebri)


venerdì 3 giugno 2011

Miti e leggende...Adone...

Adone e il miracolo delle stagioni

Secondo l'interpretazione più nota del mito, Adone, con la sua esistenza divisa a metà tra il mondo terreno e quello sotterraneo, viene identificato con un tipo di spirito della vegetazione, il simbolo della morte e della rinascita della terra e dei suoi frutti.
In realtà questo è solo un aspetto del rituale di Adone e non rappresenta il significato che nella Grecia classica si attribuiva allo sfortunato innamorato di Afrodite che, nato dall'albero della mirra e troppo precocemente preso da un amore più grande di lui, simbolizza un mondo ormai superato. La resina dell'albero della mirra è un aroma prezioso per l'imbalsamazione, ma inutile dal punto di vista alimentare, ed anche il suo sangue fa nascere un fiore, l'anemone, che non ha usi alimentari e solo rappresenta l'avvicinarsi della primavera.
Le famose Adonie, cerimonia religiosa in onore di Adone celebrata dalle donne ateniesi nelle case e sui tetti insieme ai loro amanti, sono un capovolgimento dell'ordine civico, in quanto per il solo momento della festa, rovesciavano i valori dell'amore coniugale e della buona agricoltura. Platone esortava i contadini a non lasciarsi prendere dal gusto di vedere fiorire in brevissimo tempo i propri semi, per poi vederli con altrettanta rapidità morire, come nel caso dei giardinetti di Adone, ma piuttosto di attenersi alle regole della buona agricoltura, attendendo tutto il tempo necessario perché arrivassero a maturazione.


Le piante delle Fate

Una tradizione antica e profondamente radicata nelle società rurali di Irlanda e Scozia attribuiva alle fate le malattie dei mortali, alle quali solo un 'dottore delle fate' poteva porre rimedio usando le erbe sacre. 
Naturalmente si dovevano rispettare, riti, procedure e fasi lunari ben precisi per poterle raccogliere e trattare.
Le erbe più usate erano la verbena, l'eufrasia e l'achillea, insieme alle quali venivano pronunciate parole segrete e riti magici. 
Una pozione di erbe veniva pagata in argento, mentre un incantesimo richiedeva solo un dono.
L'Achillea 
era considerata un rimedio molto potente, la cui azione era potenziata dalla combinazione con altre erbe.
Utilissima perché capace di arrestare il sanguinamento e curare i raffreddori, era anche associata alla divinazione del tempo atmosferico.
L'Eufrasia 
attualmente viene consigliata per tutte le affezioni oculari, ma è utile anche per raffreddori da fieno, infreddature, tossi e mal di gola.
La Verbena
detta anche artiglio di drago, era ritenuta sacra in in molte culture e veniva associata a visioni e profezie. I suoi fiori addobbavano gli altari dei Druidi.
Anemone dei boschi: 
mettere le foglie in un impiastro sulla testa per curare il mal di testa.
Barbasso: 
molto usata nella medicina popolare e nella magia popolare; riporta ai genitori i bambini rapiti. Se presa regolarmente a piccole dosi, dona una lunga vita.
Camomilla: 
è una delle erbe più potenti ed è stata usata per secoli. Ottima per problemi di stomaco, come anti- infiammatorio per le ferite e sedativo per disturbi nervosi.
Dente di leone: usato per molti mali, indicato soprattutto per il cuore, per l’ipertensione ed anche come diuretico.
Edera: 
 usata per proteggere le greggi, il latte e i prodotti caseari. Le tradizioni celte volevano che l’edera, il caprifoglio e il sorbo rosso venissero intrecciati insieme in una corona e posti sotto i contenitori del latte.
Ginepro:
 
le bacche hanno proprietà protettive. Bruciato dai Celti per l’Anno Nuovo per la purificazione.
Lichene: 
ottima per il cuore.
Lisimachia: 
tiene lontane le cose cattive.
Mele: 
frutto della vita e passaporto per l’altro mondo. Le mele e le nocciole sono usate nei riti divinatori a Samhain.
Nocciolo:
usato nei sacri fuochi di Beltaine. Usato anche nella divinazione con l’acqua. Le nocciole sono associate alla saggezza dell’Altro mondo. Ai bambini veniva dato il latte della nocciola' per farli crescere forti.
Piantaggine: 
("slanlus" - erba della salute) un rimedio molto comune, usato in molte malattie. Antisettico; espettorante. Se appesa attorno al collo di un bimbo, impedisce che venga rapito dagli spiriti.
Ranuncolo d’acqua: 
 ottimo per ossa e articolazioni.
Sorbo rosso: 
albero magico per eccellenza, da cui si ottengono potenti incantesimi. Solitamente piantato davanti alla porta di casa per protezione. Collane di bacche di sorbo rosso infilate con filo rosso erano indossate per protezione dalle donne celte.
Sambuco: 
altro albero dai grandi poteri magici, amato dai Druidi. Porta sfortuna tagliare o danneggiare un sambuco. La linfa verde della corteccia applicata alle palpebre dona la "Seconda Vista". Questo albero è spesso piantato fuori della casa per proteggerne gli abitanti. L’acqua fiorita di sambuco è usata per affezioni dell’occhio e della pelle, bruciori, escoriazioni e strappi.
Tanaceto:
bollita, buona per il cuore. Come impacco per escoriazioni e strappi.